DISMECO ed "economia circolare", come lascia intendere il titolo di questo articolo di ALTRECONOMIA ®,

"Dal bianco al bianco".

ALTRECONOMIA

Dal bianco al bianco

Dismeco tratta gli scarti elettrici in Emilia-Romagna. Nel 2010 ha rilevato una cartiera dismessa, convertendola in “centro RAEE”. Il reportage di Altreconomia nell'ambito del progetto "Riconversione", realizzato grazie al contributo dell'associazione Sabrina Sganga.

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 Gli operai con interventi metodici “smontano” lavatrici, una dopo l’altra. Separano i metalli dal vetro degli oblò, i circuiti elettrici dai cestelli. Alla fine della catena di montaggio i materiali vengono smistati: tutti verranno avviati a riciclo.
I dipendenti della Dismeco lavorano in un capannone di Marzabotto (BO), lungo il corso del fiume Reno: da qui, un tempo uscivano le bobine su cui veniva stampato il Corriere della Sera. “Questa è stata la cartiera Rizzoli, poi passata alla Burgo” racconta ad Altreconomia Claudio Tedeschi, amministratore delegato della società. Quando nel 2010 Dismeco ha rilevato una parte del complesso industriale per trasformarlo in un centro per il recupero dei RAEE, i rifiuti da apparecchi elettrici ed elettronici (dai “grandi bianchi”, come i frigoriferi, alle lampadine a basso consumo), l’attività era ferma, dal 2006: 600 i dipendenti licenziati. “La Direttiva RAEE apriva a nuove opportunità, e quando abbiamo avuto l’opportunità abbiamo scelto di ristrutturare gli spazi recuperando la struttura in modo filologico, cioè rispettando l’architettura originale e le successive stratificazioni, e non abbiamo consumato suolo -spiega Tedeschi-.
La riconversione della ex cartiera ha anche un nome, anzi un marchio registrato: si chiama “Borgo Ecologico” il progetto Dismeco che prevede di “declinare ad ampio spettro il tema della sostenibilità”, come racconta Tedeschi, a cominciare dalla copertura fotovoltaica dei tetti degli edifici presenti nei 42mila metri quadrati acquisti da Burgo. “Abbiamo anche acquistato villa Rizzoli, che si trova a fianco dello stabilimento, e quando sarà completato il restauro mi auguro divenga un centro didattico, al servizio del territorio” spiega l’ad della società.

 

A far da corona allo stabilimento c’è il Monte Sole, con il Parco storico che ricorda l’eccidio nazista di Marzabotto (www.parcostoricomontesole.it), una strage che nell’autunno del 1944 vide morire oltre 700 civili. È uno dei simboli dell’identità emiliana, al pari della “meccanica applicata” cui -secondo Tedeschi- si deve la nascita di un’azienda come Dismeco, fondata nel 1977: è la prima in Italia a trattare i RAEE, gestita dal padre dell’attuale amministratore delegato, che è anche componente della Commissione ambiente di Confindustria Emilia-Romagna e dell’Osservatorio sulla Green Economy IEFE dell’Università “Bocconi” di Milano. “Avevo 19 anni, allora era tutto diverso: ogni cosa era aggiustabile; smontando selettivamente recuperavamo migliaia di pezzi di ricambio” racconta oggi Tedeschi.
L’attuale Dismeco è figlia di due norme del 2004 e del 2005, i decreti legislativi 49/2014 e 151/2015, che hanno introdotto nell’ordinamento italiano quattro Direttive UE relative “alla riduzione dell’uso di sostanze pericolose nelle apparecchiature elettriche ed elettroniche, nonché allo smaltimento dei rifiuti”.
La sigla RAEE fa parte, da allora, del nostro quotidiano, perché ogni volta che cambiamo un elettrodomestico il vecchio dev’essere “gestito” in modo appropriato.

 

I rifiuti da apparecchi elettrici ed elettronici sono suddivisi in cinque categorie (vedi box), mentre la raccolta è gestita attraverso consorzi (Dismeco lavora con APIRAEE, Ecodom, ECOEM, Ecolamp, Ecolight, Ecoped, ecoR’it, ERP, EsaGerAEE, PVCycle, RAEcycle, ReMedia), che nel 2014 hanno recuperato in tutto il territorio nazionale 231.717.031 chilogrammi, in media 3,8 per ogni italiano. In Emilia-Romagna, la regione dove opera Dismeco, sono stati raccolti RAEE per 21.918.935 chilogrammi, anche se -spiega Tedeschi- “si ipotizza che ogni anno si vendano 60mila tonnellate di apparecchi elettrici ed elettronici”, e ciò significa che una parte sparisce, e non viene trattata in modo adeguato. Che significa, nel caso di una lavatrice, ad esempio, “il recupero del 98 per cento dei materiali che la compongono”, come si fa a Marzabotto. … … (segue su articolo in forma integrale)

 

 

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